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Veduta della chiesetta dal sentiero (foto di: Roberto SPINA)
Veduta della chiesetta dal sentiero (foto di: Roberto SPINA)
09.03.2007 | Le Tradizioni
C'era una volta...
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e c'è tuttora... un luogo incantato sul Matese: una conca verdeggiante ed intatta che, attraverso i suoi profondi solchi, scavati e modellati da acque millenarie, sembra voler protendere lunghe braccia verso una fitta di sentieri che s'inerpicano dalla vallata, quasi a voler accogliere, con un affettuoso abbraccio, chi vi acceda da quella direzione.

Una piccola chiesetta con, attiguo, un modesto rifugio, una fonte perenne d'acqua limpida e fresca, qualche ricovero di pastori costruito alla buona con pietre, zolle e terriccio del posto e qualche stazzo, sistemato qua e là, testimoniavano una presenza umana semplice, laboriosa e, nello stesso tempo, scrupolosa custode e fervida amante di quei luoghi.
Il pastore che stazionava in quei posti per buona parte dell'anno, il cacciatore che vi passava in cerca di coturnici, l'occasionale comitiva di gitanti che, partiti prima dell'alba dal piano, vi giungevano insieme ai primi raggi del sole, non potevano, prima ancora di dissetarsi alla fresca fonte, non rivolgere uno sguardo colmo di affetto alla chiesetta ed alla gaia campanella, sospesa nella sua caratteristica nicchia.
Nella chiesetta, ai lati di un piccolo altare, una statua di S. Egidio abate ed una statuetta di S. Michele Arcangelo, ambedue oggetto di grandissima devozione.

La tradizione del luogo, la cui origine si perde nel tempo, faceva coincidere la commemorazione di S. Egidio del I settembre con una splendida occasione di festa popolare.
La vigilia era tutta un'ansiosa attesa per i ragazzi, per la gente di Bojano, delle vicine borgate ed anche dei paesi limitrofi; i preparativi, i programmi e la scelta dell'itinerario mettevano addosso all'intero paese una meravigliosa, frenetica sensazione di gioia che si imprimeva indelebilmente nel cuore e che, puntualmente, si ridestava anno per anno.
Alla sera si andava a letto piuttosto presto, con gli zaini già preparati, ricolmi di ogni ben di Dio e con le borracce già piene e riposte al fresco.
Ai ragazzi il sonno tardava a venire: la preoccupazione di non svegliarsi in tempo o il timore che qualche imprevedibile contrattempo potesse ritardare in qualche modo l'ora della partenza, che era stata già fissata scrupolosamente con i parenti o con gli amici della comitiva, non consentiva un sonno tranquillo ma, al massimo, un agitato ed interminabile dormiveglia che si concludeva alle prime ore del giorno.

Eremo di S. Egidio: particolare (foto di: Roberto SPINA)
Eremo di S. Egidio: particolare (foto di: Roberto SPINA)
Alle tre del mattino buona parte del paese era già desto; le finestre delle case si illuminavano e dietro ai vetri si scorgevano facce ansiose di ragazzi rivolte all'insù a scrutare le stelle ed il cielo, che si sperava sereno.
Nella strade le prime voci festose ed i primi richiami; nelle case un frettoloso, crescente via vai.
I carichi ed i pesi venivano equamente ripartiti fra tutti i componenti della comitiva, tenendo conto delle possibilità e delle caratteristiche fisiche di ciascuno di essi, ma in ogni famiglia le immancabili proteste del suo esponente più piccolo e mingherlino che, insoddisfatto del "giusto" carico che gli veniva assegnato, pretendeva a tutti i costi, sostenuto da una frenesia prorompente e da un'incontenibile vitalità, "l'affidamento" di uno zaino più pesante! "...ce la faccio, ce la faccio" insisteva con convinzione!

Alle quattro del mattino la via di S. Giovanni, quella di Pincere e Mucciarone, quella più comoda e pianeggiante di Civita Superiore già brulicavano di gente.
All'inizio il ritmo di marcia era serrato, ma ben presto la dura salita intorpidiva le gambe e si era costretti a rallentare; i ragazzi, con il viso arrossato e sudato e col respiro affannoso si sedevano qua e là.
Il capofila si fermava a riprendere fiato in atteggiamento patriarcale e con lo sguardo pateticamente rivolto all'indietro, verso i ritardatari che procedevano più lentamente ed a fatica.
L'occasione era buona per un frugale spuntino: un assaggino, un dolcetto per i più piccoli, un sorso di caffè o di vino per i più grandi. Intanto il gruppo che seguiva, approfittando della sosta del primo, effettuava il sorpasso: uno scambio cordiale di saluti, un invito sincero ad assaggiare, a bere qualcosa era il rituale d'obbligo che si svolgeva su ogni itinerario ed in ogni analoga circostanza.
S. Egidio era la festa popolare dell'amicizia, della solidarietà e della cortesia; l'allegria, l'aria di montagna, tutto concorreva a rendere, senza ipocrisia, gli animi più buoni, più aperti, più disponibili verso gli altri.

Qualche altra sosta, qualche altro incontro e si arrivava con gran sollievo al "Lontri", il punto nevralgico, immediatamente a valle di S. Egidio, dove confluivano quasi tutti i sentieri.
Qui il rituale prima descritto assumeva proporzioni maggiori, anche per la presenza sul posto di una meravigliosa fonte di acqua fresca, che predisponeva ad una sosta più lunga.
Appena dissetati, i ragazzi correvano a cercare il masso di pietra sul quale, come voleva la tradizione popolare, il "Diavolo" aveva lasciato l'impronta della propria... mano...
Dopo aver lungamente dissertato e deciso, finalmente, sulla identità della roccia e dopo aver fatto varie considerazioni sulla posizione e le dimensioni della "mano", ricaricati di nuove energie, iniziavano una corsa allo spasimo per superare l'ultimo balzo, per raggiungere presto la meta e conquistarsi un posto in prima fila sul ciglio del piazzale erboso, antistante la chiesetta, e da qui controllare, con scrupoloso rigore, l'ordine e l'ora di arrivo di amici e coetanei.
Il suono gentile della campanella, il grintoso vociare dei giocatori di "Morra", le prime luci dell'alba ed un intenso ed aspro odore di montagna erano, fra le tante, le sensazioni fisiche più intense che ciascuno provava e che registrava indelebilmente dentro di sé per poi riassaporarle ogni tanto con grande nostalgia.

L'eremo di S. Egidio e la sorgente (foto di: Roberto SPINA)
L'eremo di S. Egidio e la sorgente (foto di: Roberto SPINA)
Entro una mezz'oretta il gruppo si ricostituiva al completo ed anche l'esponente più lento ed affaticato finalmente raggiungeva la meta sospirata.
La gioia ed il sorriso cancellavano presto dal suo viso ogni traccia di stanchezza.
La visita alla chiesa ed al Santo era il primo atto; subito dopo occorreva sistemarsi e la scelta del posto non era certamente un'operazione difficile.
Tutto era meravigliosamente intatto all'intorno; il tappeto erboso, amorevolmente calpestato l'anno precedente, aveva avuto un intero anno per ricostituire la sua bella veste vellutata.
Ci si poteva sistemare ovunque, senza problemi di sorta, ma si sostava provvisoriamente nelle immediate vicinanze della chiesa, in modo da essere coinvolti più direttamente nel pieno della festa, per salutare gli amici ed ascoltare, a turno, una delle tante messe che si celebravano a ritmo continuo nella giornata.
Appena possibile i ragazzi correvano in avanscoperta a cercare il sito più bello e più idoneo per accamparsi.
Esibivano, per l'occasione, i loro coltellini nuovi, ben custoditi in foderi appariscenti ed invano tentavano con essi di tagliare qualche ramo fronzuto per allestire un fragile capanno sotto cui riporsi al fresco; la coriacea scorza dei faggi, infatti, ne metteva a dura prova l'efficienza e la qualità delle lame!

I pastori del posto si sentivano i veri protagonisti e gli anfitrioni della festa; forti di antica esperienza, tramandata da generazioni, preparavano con grande abilità il formaggio pecorino e la meravigliosa e finissima ricotta che nel suo tremulo, fumante e morbido candore veniva delicatamente riposta nelle tradizionali "fruscelle" e venduta all'istante, al miglior offerente.
Finalmente per loro una giornata di grazia, di facile e proficuo commercio!
Verso mezzogiorno "usciva" la processione con la statua di S. Egidio in testa, seguita a breve distanza da quella di S. Michele, ambedue portate a spalla dalle otto persone fortunate che erano riuscite ad aggiudicarsi l'asta.
Altre otto persone di rincalzo fiancheggiavano le prime lungo tutto l'itinerario, ansiose e pronte a dare il cambio o ad intervenire in caso di bisogno.
Seguiva a ridosso il clero officiante, una banda musicale un po' sgangherata ma gradevole e civettuola ed una folla traboccante di popolo e di fedeli.
I variopinti copricapo delle donne, gli abiti multicolori, il procedere della gente un po' a sobbalzi, per via del terreno irregolare e sassoso, creavano un singolare movimento di colori che mutava di continuo agli occhi dello spettatore che osservava estasiato dalle alture circostanti.
La processione concludeva il suo breve giro in circa mezz'ora.
Un'ultima sosta davanti alla Chiesa il Santo veniva sistemato in modo da volgere il suo sguardo benedicente verso la vallata ed una nutrita serie di salve di fucile salutavano festosamente il suo rientro.

Soddisfatto lo spirito e lo scrupolo religioso, subentrava in ognuno un certo languorino, che l'aria fina del posto faceva crescere rapidamente a dismisura!
Ci si sistemava, quindi, nel posto prescelto dai ragazzi, si stendevano delle coperte ed una tovaglia e su di essa tutte le "pietanze" portate al seguito.
Il "pollastrello", sicuramente ruspante in quei tempi, costituiva per ciascuno il piatto forte della giornata.
Ma sulla tavola c'era di tutto: lasagne, frittate, parmigiane, peperoni ripieni, salsicce conservate sotto sugna, caciocavalli, scamorze ed ogni cosa meravigliosamente gustosa e genuina.
Le ultime riserve di vino dell'annata o qualche damigianella "speciale", prudentemente messa da parte e custodita gelosamente per l'occasione, costituivano la generosa bevanda, indispensabile per mandar giù tanta roba!
Per gli astemi c'era la cristallina e fresca acqua del posto; presso la fonte, infatti, un continuo alternarsi di persone a riempire borracce e bicchieri.
Il giovane, talvolta, non disdegnava di riempire con garbo e gentilezza la borraccia della signora o della signorina o della persona anziana in attesa, anzi, se ne faceva uno scrupoloso obbligo, nel rispetto di una tradizione e di un'educazione ricevuta ed assimilata fin da bambino.
Nel giro di un'ora gli stomaci erano sufficientemente appagati e qualche altro colpo di fucile esploso in aria qua e là, dava il via a numerose iniziative canore.

Eremo di S. Egidio: la sorgente (foto di: Roberto SPINA)
Eremo di S. Egidio: la sorgente (foto di: Roberto SPINA)
La giornata trascorsa in piena allegria ed il beneficio effetto della bevanda generosa creavano le premesse più favorevoli per avviare ed infoltire i cori.
"L'acqua di S. Egidio", "La Margherita", "Sona pe la muntagna na campanella", "Albere belle" erano i canti tradizionali e popolari che, accompagnati da organetti, fisarmoniche e chitarre, echeggiavano all'intorno.
Qualcuno andava in giro a ... sincerarsi che tutto procedeva bene in ciascun gruppo o comitiva e non poteva fare a meno di accettare ed assaggiare qualcosina e, perché no, di bere un altro "mucchetielle" di vino per valutarne, più che altro, la qualità e la freschezza ed esprimere un giudizio di merito... da intenditore!
Le "tavole", apparecchiate alla buona, venivano piano piano dismesse ed i resti commestibili e biodegradabili del banchetto accantonati con garbo presso un sasso.
Non c'erano bottiglie e buste di plastica, lattine di alluminio o altri contenitori "usa e getta"; tutti i recipienti usati costituivano "corredo" di casa e, come tali, gelosamente recuperati, portati indietro e custoditi per l'anno successivo!
La festa si sarebbe protratta durante la notte e nei giorni successivi per i cani da pastore e per tutta la fauna locale che, divorando con grande avidità quella "manna" caduta inaspettatamente dal cielo, ristabilivano un totale e perfetto equilibrio ecologico.
Alla sera il rientro era, per la verità, un po' più disordinato e scomposto rispetto all'andata; ma quando, finalmente, si riusciva ad imboccare il portone di casa, un senso di profonda soddisfazione e di intima gioia per una giornata così bella e così intensamente vissuta, creavano la migliore premessa per un profondo sonno ristoratore.

A. S.