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Il panettone di Pasqua
Il panettone di Pasqua
08.03.2007 | La Cucina
Il panettone di Pasqua
Quando alcuni giorni prima di Pasqua si preparavano le pigne ed i panettoni, così come si faceva per il pane, per farli "crescere" meglio e per evitare il "malocchio" si segnavano con una croce dicendo "che Dio le benedica", mentre chi arrivava augurava "Sante Martine".
"Turménte", tormento viene talvolta chiamato il panettone molisano che non si usa a Natale, secondo la tradizione milanese diventata regola nazionale, ma a Pasqua, quando l'abbondanza di uova e i primi tepori ne consentono la preparazione.
E' tradizione di quasi tutti i paesi molisani, dove è conosciuto con diversi nomi ("mpigna", panettone, pane di Pasqua, "turménte" ecc.) che, però, traducono gli stessi ingredienti: farina, tante uova, sugna, patate e zucchero, ma poco, in modo da non guastare un sapore asciutto e stimolante.
Solo a Termoli, a questi ingredienti, si aggiunge un po' di citrato (dieci lire di citrato, si legge in un vecchio quaderno di cucina, corrispondente grosso modo a mezzo cucchiaio).
"Turménte" perché è una prova grave e difficile per la massaia, impegnata a volte oltre 24 ore nella sua preparazione.
Il panettone, infatti, si ammassa lungamente, con molto "olio di gomito" e con ancora maggiore attenzione al momento ed al modo di inserimento di ogni singolo ingrediente.
Inizia, quindi, la lunga lievitazione in ambiente caldo e costante.
Sono ore di terrore per i bambini o gli sbadati che si azzardano ad aprire proditoriamente una porta o una finestra.
Raccontano le donne più zelanti ed ansiose che spesso lo stesso marito veniva sloggiato dal letto a beneficio della pasta che era messa a lievitare in compagnia del "monaco" (naturalmente non si trattava di qualche cappuccino compiacente ma dello strumento che si usava per scaldare il letto).
La pasta, così, per lunghe ore è assistita come un parente in pericolo di ammalarsi finché, rimpastata e "schianata" una seconda volta, non cresce e "fa la faccia", non acquista cioè una crosta indicativa di un'operazione ben riuscita.

Tratto da "La Cucina Molisana"