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Le cascate del Quirino (foto di: Alessio SPINA)
Le cascate del Quirino (foto di: Alessio SPINA)
09.03.2007 | La Speleologia
Il canyon del Quirino
Cinque chilometri di grande avventura

Fare l'intero percorso in risalita del canyon naturale di Guardiaregia e realizzarne una significativa documentazione fotografica è stato un desiderio accarezzato da sempre. Avevo già tentato, in precedenza, altri approcci con le asperità e le insidie del luogo, ma varie remore legate alla prudenza e alla mancanza di un minimo di attrezzature, mi avevano sempre impedito di spingermi troppo in profondità. In realtà, non è impresa facile, così da dilettante, risalire "La Prece" con i suoi 5 chilometri di percorso tormentato e tortuoso, con i suoi paurosi ed enormi costoni di roccia calcarea disposti, per lunghi tratti, parallelamente ed a strapiombo sul greto sassoso del torrente. La cronaca locale registra diversi episodi, accaduti in passato, di gente che ha voluto inoltrarsi nei meandri del canyon e che è rimasta bloccata, impotente a muoversi per ore, a volte, per giorni, riuscendo a far ritorno a casa soltanto con l'aiuto "esterno" di squadre di soccorritori, armati di scale, corde e carrucole. Ma il richiamo che si sprigiona da quella gola piena di mistero e di fascino è enorme, ammaliante, avvincente.
Sul finire del mese di agosto dell'anno 1991 decisi, finalmente, di portare a termine l'impresa così a lungo vagheggiata; l'entusiasmo e la compagnia dei miei due figli, di 17 e 20 anni, nonché di due nipoti, più grandi di qualche anno, cancellarono ogni residua riserva e così, armati di macchina fotografica, di corde, di assi di legno e di altre attrezzature minute, ci avventurammo in questa esperienza che è risultata stupefacente e che ci ha enormemente gratificati con la percezione di straordinarie immagini, in un contesto naturale straordinariamente selvaggio ed intatto.

Alla Gola del Quirino si accede in prossimità della cappella di S.Maria della Neve, nel territorio di Guardiaregia, costeggiando un rigagnolo che si riversa nel torrente. Il primo tratto del percorso è come un grosso viale ciottoloso, agevole da percorrere, che a tratti si espande enormemente fino a raggiungere una larghezza di circa 40 metri. Immediatamente si avverte il senso del silenzio e del maestoso, quasi ad aver attraversato la porta che segna il confine tra il nostro mondo reale, rumoroso e caotico ed un mondo fantastico, sconosciuto e misterioso.
Qua e là, in netto contrasto con il candore dei ciottoli, delle grosse macchie di verde, costituite da piante di Cavolaccio e Farfaraccio (Patasites officinalis) con delle foglie veramente gigantesche, alcune delle quali superano abbondantemente i 50 centimetri di diametro. Mano a mano che si risale il torrente, il paesaggio muta il suo aspetto ma è costante la sensazione di primitivo e che si è conservato così stupendamente immune da qualunque profanazione della civiltà moderna. Le rocce, erose da millenni di piogge, mostrano una incredibile plasticità nelle forme. Sono vere e proprie sculture naturali a cielo aperto, che spesso assumono sembianze strane di animali o di volti umani. Una radice secolare che fa pensare ad una testa di cammello, trascinata a valle dalla corrente e consumata dal vento, incastrata fra grossi massi di pietra, sembra volere fare mostra di sé, in atteggiamento tra il presuntuoso e il civettuolo. 

Canyon del Quirino (foto di: Alessio SPINA)
Canyon del Quirino (foto di: Alessio SPINA)
A metà percorso il torrente si biforca in due rami; ed è a questo punto che il paesaggio diventa di una suggestione idilliaca. Un vero e proprio ambiente tropicale con rocce altissime, completamente ricoperte da una vegetazione lussureggiante di erbe e rampicanti che scendono giù a cascata e la presenza di minutissime goccioline di acqua, condensata sulle foglie per via dell'elevata umidità del luogo, conferisce una brillantezza unica al verde dominante, presente in tutte le sue tonalità. Un fusto gigantesco di pianta rampicante lianiforme, che ha la dimensione di un tronco d'albero di alto fusto, troneggia imponente, addossato alla parete rocciosa. Si ha la sensazione di trovarsi in una specie di Eden della preistoria e che un rettile di proporzioni adeguate al fusto di quell'edera rampicante debba spuntare da un momento all'altro da uno di quegli anfratti. Non molto lontano da quel luogo un'altra meraviglia della natura: a dieci metri di altezza dal torrente, una perfetta caverna da Homo di Neanderthal con antistante terrazzo naturale in lastroni di pietra, della estensione di circa 20 metri quadri. Sicché l'eventuale nostro antico progenitore, che ebbe la fortuna di vivere in quel luogo, poteva avere a disposizione una casa veramente "di lusso", accogliente, sicura e con terrazzo e veduta sul fiume.

Procedendo nel percorso - ma sempre in preda ad uno "shock paesaggistico" - ci si trova di fronte ad ostacoli abbastanza impegnativi, impossibili da superare se non si è in possesso di mezzi ed attrezzature idonee. Attenzione: bisogna rigorosamente portare scarpe leggere, con fondo in gomma dura, che deve rimanere sufficientemente rigida quando ci si appoggia ai pochi appigli che offre la parete. Inoltre è necessario scegliere una giornata particolarmente asciutta e calda altrimenti l'umidità presente sulle rocce le rende estremamente viscide e pericolose.
Un enorme masso, precipitato a valle da chissà quanti anni ed incastrato fra due pareti di roccia con andamento a cuneo verso il basso, sovrasta uno scivolo d'acqua concavo, con le pareti perfettamente lisce e levigate. E' un monito alla prudenza e, nello stesso tempo, una immagine bella e suggestiva di natura dinamica e selvaggia. Si attraversa poi un tratto roccioso che la luce laterale e radente rende del tutto irreale. Viene in mente un paesaggio lunare, quasi da fantascienza. Quindi, un corridoio lunghissimo e stretto, una profondissima fenditura nella roccia che svetta con le sue pareti a strapiombo e che nasconde completamente il cielo, per oltre 50 metri, conduce finalmente allo sbocco del canyon nella piana di Arcichiaro.

E' qui il punto di arrivo, la conclusione del fantastico viaggio in quell'apparato e sconosciuto angolo da alba nel mondo. Di nuovo la luce piena del giorno domina il paesaggio e la realtà di tutti i giorni torna violentemente e prepotentemente alla ribalta. Una enorme condotta in cemento, che fuoriesce da un tunnel artificiale scavato nella roccia, proietta senza pudore il suo orifizio nell'alveo sbigottito del torrente; dovrà assicurare lo scarico del "troppo pieno" dell'invaso che sarà realizzato a monte! In lontananza si staglia la mole imponente del ponte che, con i suoi cento metri ed oltre di altezza, domina tutto lo scenario del meraviglioso orrido della Prece.
Spero di essere riuscito a trasmettere al lettore qualche piccola suggestione così come io l'ho provata attraversando il canyon... Mi auguro anche di essere riuscito in qualche modo a collaborare per una presa di coscienza, da parte dei più, di questo angolo nascosto di Molise, di questo habitat naturale plurimillenario, di questa sconosciuta risorsa ambientale che è di enorme valore sia dal punto di vista dello studio che da quello della sua possibile utilizzazione a scopo turistico.

Alessio Spina - Molise immagine


Il canyon del Quirino 

Come ai tempi della creazione


Canyon del Quirino (foto di: Alessio SPINA)
Canyon del Quirino (foto di: Alessio SPINA)
Il "Canyon del Quirino", nel Matese nord-orientale, è tra i paesaggi più impressionanti dell'Appennino meridionale, non solo per il notevole complesso delle strutture che costituiscono la sua morfologia, ma anche per la singolarità delle associazioni floristiche e faunistiche che lo caratterizzano in specifiche nicchie ecologiche. Dirupi inaccessibili, anfiteatri maestosi, colli ameni, speroni di roccia, ripiani e cenge strettissime che talora formano camminamenti tra le stesse strutture, depositi detritici e di massa persino smisurati, slocati sul tetto e sul greto del fiume, istoriati dalla millenaria, incessante, inesorabile erosione, chine su cui si aprono innumerevoli piccole e grandi grotte generate dal carsismo delle quali, alcune, sicuramente abitate nella preistoria, configurano essenzialmente l'imponenza del luogo. Estese, rigogliose faggete, l'altezza delle quali supera a volte i 30 metri, abeti anche rarissimi, questi ultimi in via di estinzione, ginepri nani impenetrabili, tassi longevi fino a mille anni, in forte regresso, chiamati "alberi della morte" per l'uso dell'ornamento funebre, agrifogli dalle bacche rosse, morbidi muschi, licheni e felci, licopodie ed equiseti, selaginelle dal lontano passato geologico, fiori del sottobosco esili ma di colori smaglianti identificano in parte la vegetazione in associazione-clima del territorio considerato, evolvente lentamente nel tempo.

Lupi solarini, volpi, lepri, gatti selvatici, cinghiali, scoiattoli, muridi, vipere e colubridi, innumerevoli specie di insetti e altri antropodi, rapaci tra cui la poiana e passeriformi anche non comuni distinguono le comunità di animali del territorio, competitori e tolleranti. Chi per la prima volta si affaccia sul ciglio della gola o sul ponte Arcichiaro che la attraversa sospeso a cento metri e più di altezza, è colpito subito, innanzitutto, dal timore inconsapevole che tutto precipiti da un momento all'altro, tanto è la suggestione degli spazi grandiosi e delle forme che sembrano in bilico, poi è preso dal sentimento di immergersi fantasticamente in una ridda di congetture su la genesi e la storia evolutiva del paesaggio, orrido, mirabile, segregato, selvaggio, misterioso, che suscita nell'animo una indicibile esaltazione. La genesi o la storia evolutiva del canyon, invece, si legge nella sua geomorfologia fatta di rocce, di fenomeni tettonici ed erosivi, la cui comprensione, tuttavia, è chiara e completa, solo se inquadrata in quelle più ampie e globali del Matese.

Ma cosa raccontano le rocce dei nostri monti?
Per tutto il Mesozoico e la maggior parte del Cenozoico, cioè per più di 200 milioni di anni fino ad una decina di milioni di anni fa, l'area del Matese era occupato da un mare tropicalecon acque basse, calde, limpide, movimentate, bene ossigenate e penetrate dalla luce, cosparso da scogliere quasi sempre sommerse e di lagune con fondali pianeggianti. Talora i tappeti algali, abitati da una miriade di pesci e da anfibi, rettili, molluschi, anellidi, echinodermi, antropodi, coralli, brachiopodi, briosoi, alghe, foraminiferi, ecc., tutti di organismi di mare neritico, alcuni costruttori di bioerme. Per tutto il tempo suindicato, sui fondali si sono accumulati carbonaticidi ogni tipo, inclusi i resti di organismi estinti, per uno spessore di oltre 3000 metri. Questa palcoregione marina è denominata dagli studiosi "Piattaforma a Carbonatica del Matese", parte integrante del margine settentrionale dell'Africa. Le caratteristiche fisiche possono essere correlate con quelle degli attuali ambienti marini neritici a sedimentazione carbonatica delle Isole Bahamas tra Cuba e la Florida. Dal punto di vista della sua evoluzione l'area del Matese, tra i 200 e i 10 milioni di anni fa, fu interessata da una lunghissima fase di innalzamento e abbassamento dei fondali, per cui estese zone, frequentemente, si sollevarono dando origine a regressioni marine, alle quali seguirono fenomeni di subsidenza caratterizzati da trasgressioni marine.

Canyon del Quirino: rocce levigate dall'acqua (foto di: Alessio SPINA)
Canyon del Quirino: rocce levigate dall'acqua (foto di: Alessio SPINA)
Una decina di milioni di anni fa iniziò la fase di trasferimento di masse di sedimenti marini da sud-sud-ovest verso nord-nord-est, dovuta alla pressione che l'Africa esercitava ed esercita sull'Europa la cui morfologia in quel tempo era molto diversa dall'attuale. Si attuarono così notevoli cambiamenti nell'aspetto di quel mare netritico con emersioni ed annegamenti di estese aree. Segue, infine, la fase "tettogenetica" vera e propria negli ultimi cinque milioni di anni. Durante questo tempo si è avuta la surrezione dei fondali e la formazione dei Monti del Matese con la attuale, generale morfologia, mediante la dislocazione di masse calcaree interessate da faglie, spezzettamenti, inarcamenti, accavallamenti, trasferimenti in falde di ricoprimento. E' in tale contesto che si pone la genesi del "Canyon del Quirino", impostato essenzialmente su una linea di faglia su una serie di calcari (generati da sedimento marino di età Cretacico) compressi e sollevati. Con l'emersione dell'area del canyon, segnata dalla frattura principale di cui sopra e da una rete di fratture secondarie, inizia l'erosione dei calcari da parte degli agenti atmosferici. Le acque meteoriche penetrano nelle fessurazioni imbevendo il calcare come un grande spugnone e originando le sorgenti e scorrono infine lungo la frattura principale creando il letto del fiume Quirino con la sua rete idrografica.

Come si è formato

La formazione del canyon, quindi, è dovuta alla concomitanza di più fattori, i più essenziali dei quali sono: la particolare struttura tettonica dell'area distinta da una rete di fratture che impostano la rete idrografica; la litologia del territorio, fatta di calcari in banchi e banchi dislocati in monoclinale; la erosione fluviale che ha inciso profondamente l'area in corrispondenza delle fratture. Le acque che alimentano il Quirino provengono non solo dai rilievi laterali alla gola, ma anche dalla valle ai piedi del monte Mutria, costituita da calcareniti poco permeabili di età miocene superiore e da argilliti di età Pleiatocene, incise da formazioni calanchifere. Va detto che nella valle sono in corso lavori di sbancamento per la costruzione di una diga. Le rocce del canyon sono distinte da calcari e calcari organogeni in strati e bancate dello spessore complessivo di oltre 300 metri, inclinati verso nord-nord-est di 30-50 gradi, secondo i luoghi, e caratterizzati da intensa fratturazione e fessurazione, da cavità ipogee ed opigee dovute al carsismo. La serie stratigrafica è datata Albiano-Miocene con due lacune, la prima di età Albiano basale-Turoniano segnata da un lieve orizzonte bauxitico, la seconda di età Senoniano (Maastrichtiano) Miocene inferiore. Nei calcari organogeni del Cretacico si rinvengono, tra l'altro, resti fossili di Rudiste, gruppo di bivalvi estinti con la fine del Cretacico. Tra le specie significative di trovano: la "Requienia tortilis Mainelli", di età Albiano basale; la "Vaccinites gosaviensis Douvillé" di età Santoniano-Campaniano; e la "Vaccinites taburni Guiscardi" di età Coniaciano-Santoniano. 


Michele Mainelli - Molise immagine